AMORE IN VIAGGIO DI GIUSEPPE GUARINO

Giancarlo è a capo di un’importante azienda  di software con sedi sparse in Italia, fa il pendolare da un paese in provincia di Napoli e Roma. Vive una situazione complicata in famiglia e se sul lavoro è determinato e deciso, in casa mantiene un comportamento mite al limite del menefreghismo. La moglie è indispettita da questo, si sente frustrata. Giancarlo si comporta come se niente lo possa turbare. In uno dei suoi numerosi viaggi da pendolare incontra per caso Grace. Inizialmente si scambiano solo uno sguardo ma poi…

Anche Grace non ha una vita serena e anzi è “fuggita” a Roma proprio per cercare di divincolarsi da una situazione opprimente dalla quale però non vuole, o meglio, non riesce a staccarsi completamente. Grace è prigioniera di se stessa e dei riferimenti imposti dalla società. Si sente intrappolata in una stretta che le impedisce di sentirsi libera anche a costo di smontare la famiglia che ha creato e alla quale è affezionata. Grace è vittima di un marito debole che cerca di nascondere il suo sentirsi inferiore cercando di affossare la moglie e quanti lo circondano. Grace è una donna piena di vita e di capacità che vengono però sempre schiacciate e sotto un velo pesante di critiche da parte di chi invece dovrebbe essere il primo a sostenerla.

Giancarlo e Grace sono entrambi, in modo diverso, vittime dello stesso gioco. Hanno però un modo diverso di reagire alla situazione. Giancarlo con l’aria da sufficienza dimostra di sapere cosa vuole e senza casini, grida e prepotenze agisce, completamente indifferente ai rimorsi della moglie. Grace invece quasi si colpevolizza e cerca di tenere insieme qualcosa anche a scapito di essere la prima a rimetterci.

Spesso abbiamo così paura dell’ignoto o del poco conosciuto che preferiamo continuare a vivere situazioni scomode perché almeno abbiamo la sicurezza di ciò che accade intorno a noi, la prevedibilità ci dà conforto anche se è una prevedibilità lesiva.

L’autore scrive principalmente saggi e ha molto successo in quel campo, con la narrativa ha meno pratica e secondo me in parte si nota. È un romanzo incentrato sui personaggi, l’autore ha costruito una personalità poliedrica e realistica per ognuno di loro e li ha fatti agire in modo quasi naturale. La trama si è costruita da sola. È un po’ carente di contorno, questo romanzo sembra quasi una piece teatrale. Scorrendo le pagine non sentiremo più parlare solo di Giancarlo e Grace ma si allargheranno gli orizzonti anche sulle loro rispettive famiglie e su alcuni colleghi dei protagonisti e questo è un bene però nel complesso avrei preferito un contesto più immersivo, più completo. Per quanto riguarda le relazioni umane instaurate tra i protagonisti della vicenda credo abbiano molto da insegnare, leggendo questo libro mi è in parte venuto in mente “La giusta distanza” di Sara Rattaro che in parte condivide la carenza contestuale, ma condivide anche la bellissima analisi dell’animo umano. I personaggi  di Giuseppe Guarino sono estremamente realistici e questo per me è un aspetto molto positivo. All’interno della lettura inoltre vengono svelati gradatamente  aspetti che permettono al lettore di cambiare idea su alcuni comportamenti avendone in un successivo momento una panoramica più precisa.

Il bello di romanzi che ricalcano, nei limiti del possibile, situazioni reali è che concedono al lettore di immedesimarsi nei vari personaggi e provare le loro sensazioni. È un libro che sicuramente insegna alle donne a non accontentarsi di relazioni nocive, ma sprona a combattere e farsi rispettare. Sempre. Stare insieme a chi ti sminuisce non è solo controproducente ma anche lesivo e inutile. Non è facile, ma bisogna assolutamente trovare la forza di fare un piccolo salto nel vuoto. Stimola inoltre all’accettazione di se stessi con i propri limiti ma anche e soprattutto  considerando le nostre qualità. Grace subisce body-shaming e l’evoluzione del personaggio dà grande forza e conforto alle lettrici o ai lettori che purtroppo si sono ritrovati o si ritrovano nelle medesime situazioni.

LA DIVISIONE AGGIUSTATEMPI DI STEFANO GUGLIELMO

Aldo Puzzacchia e Il Prof fanno parte della Divisione Aggiustatempi che si occupa di interdire i viaggi nel tempo in quanto questi ultimi attentano al normale evolversi della storia causandone irrimediabili danni. Siamo nel 2400, la tecnologia è molto avanti e per questo basta una pedana e una tuta amorfica per calarsi perfettamente nel tempo e luogo desiderati per la missione.

I due uomini occuparsi di un gruppo di saltatori seriali professionisti. Abilmente si sono divisi tra Gerusalemme e Hollywood e il duo decide di occuparsi degli invasori di Gerusalemme in quanto il Prof è un ampio conoscitore degli ebrei di quel tempo. Si trovano in fatti ai tempi di Gesù. Le vicende si susseguono fino ad un finale ben architettato.

L’autore mischia realtà e finzione, inserendo in un contesto antico il più possibile realistico personaggi molto moderni. La ricostruzione storica è attendibile. Coadiuvare presente e passato è sempre affascinante, permette di avere una diversa visione delle vicende storiche.

 Il libro è scritto dal punto di vista di un collega di Aldo e il Prof che ne riporta fedelmente le imprese, inserendo anche note a piè di pagina per spiegare termini sconosciuti ai lettori del XXI secolo e per inserire ulteriori spiegazioni.

Lo stile è ironico, colorato e a tratti pungente. Permea una certa altezzosità da parte di chi relaziona il viaggio e da parte del Prof. Saccenza ben inserita nel contesto e che per quanto mi riguarda, a piccole dosi è anche accettabile. Sicuramente contribuisce ad una lettura agevole, piacevole e ritmata. I due protagonisti mantengono una coerenza di personalità dall’inizio alla fine, rimanendo fedeli a se stessi. Ho apprezzato come l’autore del libro sia riuscito a creare dialoghi sempre azzeccati per i personaggi senza risultare ripetitivo e banale.

La scelta dell’autore di scrivere il romanzo come fosse una reale testimonianza è geniale, rende tutto più immersivo e affascinante. La struttura è dunque ben congegnata purtroppo però credo che il punto debole di questo romanzo sia la trama: semplice e senza grandi messaggi, punta più all’intrattenimento che a lasciare messaggi profondi che restano sotto pelle al lettore negli anni a venire. Forse più adatto ad un pubblico giovane. Non vuole essere una critica in quanto servono anche i libri di intrattenimento, è solo il mio parere.

IL NARRATORE DI SOGNI DI LIVIO LEONI

Chieko è una cara ragazza adolescente che a causa di una sua particolarità viene tacciata di stregoneria e per questo fluttuano malevole voci sul suo conto tra i corridoi della scuola. Chieko infatti ha la capacità di fare sogni premonitori e di questa sua capacità ci sono prove purtroppo drammatiche.

Cloe è una ragazza buona e determinata. È affascinata da un uomo concentrato a compiere strani gesti nell’aria, dice di narrare i sogni altrui. Anche lui, come Chieko ha un potere: si accolla i sogni delle persone che non riescono a farsene carico in modo da liberarle dal peso. Ha bisogno però di far defluire così tanta energia e sceglie di dipingere gli oggetti dei sogni usando le mani su una tela invisibile posta di fronte a lui. È proprio osservando quest’uomo che Cloe farà la conoscenza di Lee. Tra i due nascerà un legame forte e intenso tanto che si troveranno invischiati in qualcosa più grande di loro: una misteriosa organizzazione è sulle loro tracce…ma perché?

Questo libro è una favola, una bella storia dolce e tenera. Tra Giappone e Italia i protagonisti vivranno emozioni intense, avventure mirabolanti con un finale a sorpresa che personalmente ho davvero tanto apprezzato. È un peccato che io non possa proferir parola sul finale, altrimenti vi rovinerei la sorpresa, perché dà un senso tutto diverso alle vicende, cambierà prospettiva della storia.

Credo possa essere perfetto anche per i ragazzi, anzi forse per il linguaggio usato dai protagonisti molto diretto e colloquiale e per i dialoghi piccanti, focosi e non sempre realistici direi che è più indirizzato verso la fascia d’età adolescenziale. Naturalmente è apprezzabile anche dagli adulti.

È un romanzo che insegna ad amare, a voler bene a combattere contro paure e insicurezze pur di difendere chi amiamo. Lee è il personaggio che più di tutti cresce, da ragazzino spaurito e timoroso diventa coraggioso e più sicuro dei suoi mezzi. È la dimostrazione di come per affetto diventiamo capaci di superare anche noi stessi, non conosciamo barriere e ostacoli. È un bell’insegnamento, un bell’esempio.

La caratterizzazione dei personaggi è abbastanza buona ma credo sia da migliorare, i vari protagonisti non hanno una personalità nettamente definita e riconoscibile. Seguendo le loro avventure è inevitabile affezionarsi a loro ma mancano un pochino di spessore.

È un libro che mi ha fatto star bene, complici anche i due thriller sanguinosi letti appena prima, ho provato sensazioni positive leggendo questo romanzo e penso sia un aspetto a favore. La scelta di narrare una storia che coniuga avventura e amicizia con del mistero mi piace molto in quanto permette al lettore di godersi una storia che possiede quasi delle caratteristiche favolistiche mantenendo sempre alta l’attenzione e la curiosità.

L’INVITATO DI MASSIMILIANO ALBERTI

Tre amici, quelli di sempre, uniti da una consuetudine ormai consolidata si ritrovano in quel di Vienna dopo che uno di loro ha iniziato un importante progetto con protagonista la Pop Art. Tommaso, il ragazzo al vertice del progetto ha deciso di coinvolgere i suoi amici in questa avventura, Leonardo Belli si occuperà di recensire i quadri e Kevin si occuperà della parte organizzativa. I ragazzi immersi nel dolce far niente a Trieste accettano l’invito e la loro avventura può avere inizio. Sono tutti e tre ragazzi viziati e poco inclini al sacrificio e alla vita di duro lavoro. Amano i vizi e divertirsi, sono felicemente annoiati. La narrazione è in mano a Leo, attraverso la sua penna conosceremo gli avvenimenti. È un libro che punta moltissimo sui dialoghi che sono indiscutibilmente il punto forte del romanzo, la trama è semplice e quasi statica. I dialoghi dipingono i personaggi, li creano e li rendono vivi e reali. Sono fonte di intrattenimento e scuotono la curiosità e la sensibilità del lettore. Fin da subito Tommaso viene delineato come il belloccio e sicuro di sé, più intelligente e “navigato” rispetto agli altri due. Ha fascino seppur ha un modo altolocato e stronzo. Ha sempre l’aria di chi si sente superiore a tutti e regala consigli e giudizi come caramelle. Kevin fa tenerezza invece, con la sua balbuzie e il suo modo goffo è molto diverso da Tommaso che non manca, soprattutto all’inizio del romanzo, di evidenziare la sua superiorità rispetto all’amico che a tratti viene trattato con sufficienza. Leo invece seppur sia il protagonista credo faccia fatica a ingranare, ad inserirsi con personalità nella storia tanto che all’inizio sembrava quasi Tommaso il protagonista, colui con un fascino e una personalità talmente giganti da non passare inosservati. Leonardo era quasi inesistente, solo un nome scritto con l’inchiostro nero sulla pagina bianca. Man mano che la narrazione procede però Leo entra sempre più nel vivo e conosciamo un personaggio nel fondo buono ma incapace di far valere i suoi principi o il suo credo in favore invece della compagnia e della possibilità di frequentare certi ambienti altolocati. Si uniforma ad una massa a cui forse non appartiene ma a cui non si dà neanche il tempo di pensarci perché il suo obbiettivo è solo quello di sentirsi parte di qualcosa. Tommaso ha nei suoi riguardi una maggior considerazione rispetto a Kevin, almeno all’inizio, anche se anche con lui non manca di ergersi con superiorità.

Leo è un po’ un antieroe, colui che volente o nolente combina guai e mette in imbarazzo gli amici ma è anche colui in grado di compiere azioni buone e generose (a spese altrui). Nel corso della narrazione vediamo due facce di Leo: quella superficiale e arrivista, e quella buona e solidale. Io credo che la seconda sia quella che gli appartiene di più ma che nasconde per i motivi detti sopra.

C’è sicuramente spazio per l’amore in questa vicenda, tra una serata e l’altra i ragazzi avranno modo di conquistare e farsi conquistare da dolci donzelle. In questo frangente risulta evidente che colui che rimane fedele a se stesso, pur facendo talvolta la figura dello sciocco, è anche colui che riesce a raggiungere i suoi scopi con gran soddisfazione. La perseveranza paga.

Il nostro Leonardo invece, tronfio delle sue capacità e accecato dall’arrivismo probabilmente influenzato dal suo amico Tom si perderà stupidamente. Farà azioni buone ma saranno macchiate da egoismo, da pensieri sterili che non gli faranno onore; cercherà di recuperare certi rapporti in modo rocambolesco e quando ci proverà in modo serio e rispettabile ormai avrà superato il confine accettabile da un pezzo.

In questo libro si parla molto di sogni e di come sia importante realizzarli e vivere la vita avendo in mano le redini. Vivere la vita passivamente, giovando dell’ordinaria quotidianità porta a noia e a senso di incompiutezza. Vivere al meglio, sfruttando le occasioni e lavorando per raggiungere i propri sogni e le proprie ambizioni è ciò che è necessario per avere una vita ricca e degna di essere vissuta. Tutti finiamo nella bara prima o poi ma chi ci finisce orgoglioso e soddisfatto di quanto compiuto lo fa sicuramente con un po’ di amarezza in meno.

È un libro che strizza l’occhio anche agli appassionati di arte moderna, di Pop Art nello specifico e di tutti coloro che amano l’arte all’avanguardia, le provocazioni artistiche.

Figura importante all’interno del romanzo è anche Nadir, l’inserviente dei ragazzi. È un uomo omosessuale che vive una relazione non proprio liscia e felice con un compagno. Leo avrà un ruolo importante per i due e in qualche modo si riscatterà in parte mostrando il suo lato buono e altruista. Nadir è un personaggio costruito molto bene, vive a contatto con i ragazzi ma si percepisce il suo essere esterno, al di fuori di certe dinamiche. Ha un animo buono e frizzante, non passa inosservato.

15 MILIONI DI PAROLE DI LUCA MALETTA

Attraverso la voce del protagonista, che conosciamo adolescente e che ci accompagnerà fino all’età adulta, scopriremo una realtà distopica, irreale ma con grandissime analogie con la realtà. L’autore ha inventato SpeechlessTown, una città nella quale vige la regola che le parole si pagano, si può parlare quindi ma ogni parola costa e il suo costo è variabile. Ad un occhio poco attento può sembrare un semplice racconto distopico o fantascientifico, io credo che le analogie con la vita vera sono tante, tantissime e riflettendoci si comprende come SpeehclessTown non è altro che una qualsiasi città del nostro Bel Paese. Con le dovute differenze e proporzioni naturalmente.

“Si è liberi di formulare qualsiasi, discorso ma non lo si può fare ad alta voce se non si può pagare” è singolare come cosa, chiunque può esprimersi indipendentemente dal ceto sociale MA deve pagare. Va da sé che i più poveri avranno meno possibilità… e se ci pensiamo ai giorni nostri, nella nostra società la situazione non è molto diversa. Chi è ricco, si trova in posizioni di potere ha possibilità non solo di esprimersi ma anche di influenzare il pensiero altrui.

“Che società è quella in cui non ci si può permettere di sgridare chi sbaglia? Che mondo è quello in cui azioni giuste e sbagliate hanno lo stesso peso?” nella società odierna non paghiamo le parole che pronunciamo ma siamo lo stesso ammutoliti, come imbavagliati. Non dal prezzo delle parole ma da quello dell’empatia quasi completamente assente.

“Meno dici più la gente ti sta a sentire” e soprattutto dà valore a quello che dici.

La popolazione però non si fa abbattere da questa dittatura silenziosa trovando modi alternativi per esprimersi e per non perdere quei contatti tanto necessari quanto umani.

Durante la lettura ci si può chiedere perché le persone che abitano a SpeechlessTown accettano almeno apparentemente tutto quanto senza tentar di ribellarsi. Ecco che la risposta viene dalle righe stesse del romanzo con una riflessione interessante “la dittatura è economica perché le parole di uno diventano le parole di tutti. Forse è per questo  che a molti manca: non hanno opinioni proprie e vorrebbero tornare a poterle avere in concessione”. È brutto e triste da ricordare ma se pensiamo ai dittatori più famosi della storia capiamo subito che per quanto assurdo sia è stato proprio il popolo a volerli al potere. Non perché masochista ma perché bisognoso di una guida, di qualcuno al quale appoggiarsi e soprattutto appoggiare responsabilità e interessi che vanno al di fuori dei meri interessi personali. Se non ci interessiamo noi della nostra vita e del nostro futuro e lo lasciamo fare ad altri dobbiamo pensare alle conseguenze. Viviamo in una società troppo egoista ed egocentrata, ognuno è più concentrato a proteggere i suoi interessi in particolare nel breve periodo piuttosto che pensare alla società tutta.

“La legge è una questione di dialettica, non certo di giustizia” una frase potente, un’accusa quasi. Se pensiamo a come funziona la giustizia in Italia, il suo lento incedere che talvolta si trasforma in immobilismo ci rendiamo conto che SpeechlessTown potrebbe essere una qualunque delle nostre città.

“Le parole non servono a costruire discorsi ma le persone. Si è ciò che si dice” attraverso ciò che diciamo raccontiamo di noi. Una specifica è doverosa: siamo responsabili di quello che diciamo non di quello che gli altri capiscono o interpretano.

Il protagonista entrerà nel mondo dell’editoria e anche in questo caso l’autore non perde occasione per dipingere una realtà per molti sconosciuta ma presente. Mostra il retro, le dinamiche interne a ambienti di cui noi conosciamo solo la facciata. Molte dinamiche sicuramente sono enfatizzate, necessarie per esprimere un concetto, ma se è vero che enfatizza è altrettanto vero che non inventa nulla, amplifica situazioni, le rende caratteristiche affinché attirino l’attenzione di un lettore che ha voglia di andare oltre le parole scritte. Un mondo dell’editoria che punta al guadagno, più che alla cultura, il giornalismo che si interessa più alle vendite, al bilancio della società a costo anche di inventare notizie pur di vendere “ introduceva notizie verificate da mimetizzare tra quelle inventate”. Per questo è importante analizzare sempre le informazioni che ci vengono proposte dai vari media, purtroppo non solo nel libro di Luca le notizie vere e false si mischiano in un tutt’uno ma accade anche da noi. “La stampa è sempre stata il megafono del potere” e sposta gli equilibri, i pensieri delle persone aggiungo io.

Ma l’autore all’interno del libro non si limita a fare critica sociale e a mostrare aspetti oscuri ma potenti, fornisce anche consigli su come approcciare la vita, la correttezza, i sentimenti, la bontà d’animo vincono sempre e qualora non vincano, perché quando si tratta di ‘vincere’ bisognerebbe anche specificare a cosa ci si riferisce, quanto meno fanno vivere bene, senza pesi sulla coscienza. “davanti alla sicurezza non si può controbattere” è una frase che mi ha colpito. Siamo noi i primi che non crediamo in noi stessi o non ci crediamo abbastanza e porgiamo il fianco a chi ci sta di fronte. Essere sicuri di sé, delle proprie capacità migliora le nostre performances e l’impressione che facciamo agli altri. Tutto parte da noi.

“SIAMO TUTTI ABITANTI DI SPEECHLESSTOWN QUANDO CI SENTIAMO INCOMPRESI, IGNORATI O QUANDO CI CREDIAMO IN CAPACI DI ESPRIMERE NOI STESSI” ecco quindi che il silenzio, l’impossibilità di parlare prende un chiaro ed evidente significato metaforico.

Per quanto concerne i consigli su come vivere al meglio prendetevi questo “alcuni si attaccano a queste cose, lo fanno per attaccarci a prescindere, quindi se non fosse quello il problema, ne creerebbero un altro”

Ho avuto in passato problemi di autostima, ora li ho quasi del tutto superati e frasi di questo tipo mi fanno tanto piacere perché rappresentano una verità limpida ed esplicita che però io anni addietro, offuscata da mille insicurezze, non riuscivo a cogliere. Quindi dono a voi attraverso le parole di Luca Maletta questo consiglio spassionato.

Non manca una stilettata ai colleghi scrittori “Distinguere gli scrittori esperti da quelli emergenti. I primi  avevano l’aspirazione di arricchirsi; i secondi la presunzione di arricchire”.

Il protagonista è un ragazzo buono che nonostante le difficoltà presenti nel mondo che lo circonda riesce a districarsi. Conoscerà un ambiente nuovo, diverso da quello a cui era abituato, ne gioverà ma sentirà sempre un pezzo mancante, qualcosa di imperfetto e si renderà conto che ciò che più conta, ciò che è maggiormente importante è proprio il cuore, l’animo e l’empatia “ l’empatia è l’unica arma contro l’indifferenza”.

FUORI DALL’ORDINARIO DI FRANCESCO BERTELLI

Il protagonista è Aldo Nardi, giornalista e direttore di un giornale ‘Il Golfo’ che dirige e gestisce rimanendo fedele ai suoi principi: etica, morale e lotta alle ingiustizie. Aldo non è un uomo che si fa piegare facilmente, ama denunciare gli atti sporchi e i malaffari. Abita a Ponticello, ormai una cittadina anche se per gli abitanti rimarrà sempre un paese, che l’autore descrive molto bene, tanto che il lettore ha la sensazione di conoscerlo e di esserci stato davvero. La vita scorre tranquilla finché si verificano degli omicidi e addirittura scompare un bambino. Le forze dell’ordine si mettono in moto e anche Aldo racconta la vicenda. A differenza dei colleghi di altre testate giornalistiche però non si tira indietro e fa supposizioni neanche troppo velate. Non sa chi è l’autore degli omicidi, non sa neanche se la scomparsa del bimbo è collegata ma vuole smuovere le acque quindi lancia frecciatine. Nessun sasso lanciato nel lago non provoca movimento pertanto il trafiletto scritto dal grande Nardi causerà scompiglio e agitazione “ai piani alti”.

Il libro più che sulle indagini si concentra sull’ambiente corrotto popolato da giornalisti, avvocati e uomini di malaffare. Dipinge bene certe dinamiche fatte di giochi di potere e favoritismi che ben poco hanno a che fare con la moralità e la correttezza.

Di questo libro mi è piaciuto tutto: lo stile di scrittura, fluido e frizzante, a volte ironico e simpatico, altre più serio ma mai pesante e la trama che è tanto originale quanto verosimile.

È un libro breve, 102 pagine, si potrebbe leggere in un giorno solo se si ha tempo. Il ritmo è incalzante e il protagonista è sublime, mi è piaciuto un sacco: i suoi gesti, le sue parole, il tono di voce che riuscivo a immaginare nella testa in modo limpido concorrono alla costruzione di un personaggio per il quale non si può non provare simpatia. Un uomo di buon cuore, con grande coraggio. Un uomo leale e dolce, innamorato di sua moglie che resta sempre nei suoi pensieri.

Nel libro compare anche un’altra figura singolare. L’ho interpretata come la coscienza di Nardi, colui che instilla il dubbio, che lo porta a scavare nel profondo dei suoi pensieri in un momento difficile nel quale ogni azione ha un peso enorme. 

Quando scriviamo anche senza volerlo siamo influenzati da ciò che ci circonda e da cosa leggiamo, lo stile, i temi, i generi letterari che prediligiamo volente o nolente si ripercuotono su quello che è il nostro modo di scrivere e di raccontare storie. Io non so se sono stata a mia volta influenzata dal sapere che l’autore di questo libro è un amante di Stephen King ma ho trovato alcune analogie, sempre con le dovute proporzioni eh, caro Francesco non prenderla a male ma di “King” ce n’è uno solo. La descrizione dei luoghi, precisa e diretta, la caratterizzazione dei personaggi oculata e necessaria al fine di renderli reali, con un’anima, una vita vera, la trama accattivante con un messaggio profondo di denuncia sociale raccontato con uno stile leggero e ironico ma che non manca di stendere un velo di consapevolezza e riflessione sul lettore.

LEI, MAI SOLA DI LUISA DIACO

Giulia ama l’arte e lavora presso la SSRCBA, un prestigioso ufficio di architettura e restauro. Con i suoi colleghi dovrà occuparsi di restaurare un tempio Giapponese e in particolare Giulia ha il compito di dirigere i lavori. Il team lavora bene, in modo efficiente e entro i tempi stabiliti perciò il capo decide di regalare a tutti, compreso il direttore tecnico, un viaggio tra le bellezze di Positano e dintorni. Cinque giorni all’insegna dell’arte, della cultura e della bellezza. I colleghi diversi tra loro, con caratteri particolari e a volte eccentrici condivideranno un’esperienza indimenticabile. In particolare Giulia avrà occasione di passare molto tempo con Giorgio che non è niente di meno che il direttore tecnico! Ha un fascino misterioso e burbero e lei fin da subito ne rimane ammaliata.

Questo libro racconta la storia d’amore particolare e sofferta che lega Giulia a Giorgio e la relazione d’amore, anch’essa complicata che lega Elena, la collega di Giulia, al suo fidanzato.

Questo libro fa riflettere sulla grande ed eterna dicotomia amore o lavoro? Scegliere non è facile e purtroppo a volte si è costretti. Io credo che un amore vero, degno di essere vissuto lascia liberi di agire e di realizzarsi pertanto se il mio partner dovesse anche solo ipotizzare di infrangere un mio sogno o una mia ambizione io non ci metterei neanche un secondo a salutarlo. Però mi rendo conto che non sia facile soprattutto se si è persone insicure o se ciò che desideriamo non riusciamo a volerlo in modo determinato. Il salto nel vuoto, la paura di azzardare un passo a volte ci frena e preferiamo rintanarci in una relazione che per quanto possa essere scomoda o comunque non gratificante a pieno quanto meno ci dà la sicurezza della sua esistenza e di dinamiche ormai più che note.

Un aspetto molto bello del libro è la cura della parte artistica, se amate l’arte e le bellezze territoriali non potrete non apprezzare le escursioni raccontate nei dettagli, con tanto di curiosità e miti, che faranno i protagonisti.

L’altro tema è la scelta e la gestione delle relazioni. Ecco se volete conoscermi un po’ meglio dovete pensare alla Giulia del libro e immaginare che io farei tutto il contrario. Non sono riuscita ad immedesimarmi in Giulia, proprio per niente. Ho trovato più affinità con Elena col suo carattere vaporoso e strabordante. Ma per quanto concerne le relazioni mie care Giulia e Elena non ci siamo proprio. Giulia era uscita tempo addietro da una relazione distorta e che già in partenza dichiarava a chiare lettere che sarebbe stato un vicolo cieco e con Giorgio si è messa in una situazione al quanto simile. Il modo di relazionarsi di Giulia mi fa molto pensare a quanto ciò che viviamo in famiglia soprattutto nei primi anni ci segna e ci influenza. Giulia ha avuto da sempre un rapporto complicato col padre e questa sensazione di prigionia quasi l’ha portata inconsciamente a imbarcarsi in situazioni che non potevano farle altro che male. C’è di bello che alla fine se ne rende conto, realizza tutto quanto in pensieri struggenti e lacrimosi. Mi fa piacere però resta quanto detto sopra, non condivido il suo modo di pensare, di vivere la vita. Io voglio essere la protagonista indiscussa della mia vita, non dipendere da altri vivendo sperando.

JACK II- LA TRISTE NOTTE DI SIMON SCHIELE

La città di Adzul deve fronteggiare un attacco esterno, l’Alleanza del Nord vuole prepotentemente occupare la città e invita gli abitanti ad arrendersi e andarsene. Questi ultimi guidati da Cabil non sono dello stesso pensiero e al contrario vogliono difendere la loro città con tutte le loro forze.

Lo scontro durerà quasi tutto il libro, sarà una lotta vissuta e sofferta per entrambe le parti.

Nella prima parte è grande protagonista Cabil un uomo che ho iniziato ad apprezzare nel primo libro e dal quale mi aspettavo molto nel secondo volume. Aspettative che sono state soddisfatte anche se non fin dalle primissime pagine, ho dovuto riprendere confidenza piano piano con un personaggio che già nel primo volume aveva dimostrato uno spessore umano non indifferente e che riesce a far emergere anche questa volta. Cabil è un uomo vero, è una guida, è buono, è capace ma prima di tutto è un Uomo come ama definirsi lui stesso “Lui non voleva essere un re. Voleva essere Cabil, era tutto ciò che aveva sempre voluto”. Ha bisogno di semplicità e di una vita normale, non ama il protagonismo e le mire di potere che contraddistinguono solitamente i capi o gli aspiranti tali. Cabil si ritrova a capo dell’esercito quasi senza volerlo in quanto Reginald, il precedente re, ha perso il suo posto. Cabil rappresenta tutti coloro che nella vita hanno dei sogni, hanno dei valori e li portano avanti, li difendono strenuamente costi quel che costi. È un ragazzo tenace e coraggioso anche se come è normale anche lui ha paure e fragilità. L’autore lo caratterizza bene, ha più dimensioni ben strutturate.

Finalmente andando avanti con le pagine ritroviamo i nostri beniamini ovvero Jack e Night che prendono parte anche loro alle vicende dando preziosi consigli a Cabil. Avranno un ruolo marginale all’inizio poi la narrazione si sposterà su di loro. Se nel primo volume avevo amato molto Night, non che  Jack non mi fosse piaciuto ma aveva un’aria saccente e impudente rispetto al dolcissimo e buono Night, in questo secondo volume mi sono ritrovata a essere moltissimo vicino a Jack, l’ho amato dalla prima battuta all’ultima e ho desiderato che si parlasse solo di lui in tutto il volume. Anche in questo secondo capitolo è stato caratterizzato benissimo, ha mantenuto una sua coerenza pur mostrando maturità e crescita. Night mi è piaciuto di più sul finale devo ammettere, all’inizio forse mi è mancata quella caratterizzazione decisa che aveva nel primo romanzo. Credo che le motivazioni risiedano nel fatto che essendo buono e docile è più facile finire con l’essere piatto, un po’ come nella vita vera quelli docili e sempre disponibili hanno meno carattere degli egoisti, decisi nelle azioni e saccenti. La mia parte preferita di tutto il romanzo si trova tra le pagine 245 e 253. Quelle pagine da solo varrebbero le 5 stelle al libro. Poesia pura, il dialogo tra Jack e Night è qualcosa di sopraffino, la loro amicizia è sublime, bellissima proprio perché estremamente realistica e vera. L’autore è bravissimo a creare relazioni e parlare di sentimenti, finora è stato eccellente in ogni suo libro che ho letto (li ho letti tutti).

Che mondo è un mondo in cui i propri cari vengono lasciati indietro mentre si corre solo per la propria sopravvivenza?

Il destino non è sempre equo, ma a volte può fare la cosa giusta.

Anche i migliori (assassini) hanno i loro momenti di debolezza.

Per quanto concerne la trama fantasy non mi dilungo perché ho letto molti pochi fantasy per esprimere un giudizio che sia minimamente competente. L’idea per me è buona, mi è piaciuto molto la caratterizzazione di Cortey, il mago potente che parteggia per l’Alleanza e che Jack e Night affronteranno. Gli effetti speciali presenti nel libro mi sono piaciuti, rendevano tutto magico appunto.

La paura di uccidere, di togliere una vita. Tante volte, per fortuna, anche di fronte a situazioni spiacevoli e brutte ci si domanda come sarebbe togliere il bene più prezioso a qualcuno. Io non riuscirei. Bisogna viver certe situazioni per giudicare, certo, ma sapere che una persona o un animale verterà in una situazione incontrovertibile per causa mia mi blocca ogni funzione fisica e psichica e non solo a me, qualcuno nel libro avrà le mie stesse sensazioni. In un mondo dove la violenza è sempre più presente, dove con triste facilità si mette mano a armi o si perpetra violenza a danni di chiunque pensare che ci sia ancora qualcuno che di fronte ad un atto del genere si blocca e si rifiuta è bello. Fa ben sperare.

Uccidere. Provate a pensare a questa parola. Togliere la vita a qualcuno, non soldi, oggetti, macchina, causa. No. La vita. Io credo fermamente nella libertà di ognuno finché non invade la libertà altrui, uccidere credo sia la forma più grande di invasione della libertà altrui pertanto è da condannare senza appello. Ciò che mette i brividi è l’incoscienza e la totale mancanza di senso di colpa che percorre le viscere di questi esseri che compiono tali scempiaggini.

Anche tra cattivi bisogna guardarsi alle spalle, i giochi di potere ci sono e ognuno pensa a se stesso e alle sue mire. Se ti circondi di persone con brutte intenzioni non è difficile pensare che l’egoismo e l’arrivismo arriverà a nuocere anche te stesso.

L’ANGELO CON LE RUGHE DI MANUEL SANTAGATI

Un signore anziano di 82 anni e una giornalista giovane di anni 24 sono seduti insieme su una panchina in un parco. Lei, giorni prima, aveva chiesto a lui gentilmente di raccontarle la sua storia, la sua opera di beneficenza in modo da parlarne sul giornale presso il quale lavora. L’anziano, che di nome fa Aldo Bonaventura, ha accettato. Nei giorni che precedono l’incontro si è preparato, ha perfino riaperto la scatola con le vecchie fotografie per scovarne qualcuna di significativa che potesse aiutarlo a ripercorre la sua storia e quella della sua amatissima moglie.

Aldo è un uomo buono, molto buono. Ha vissuto situazioni dolorose ma l’ha sempre fatto a testa alta e con gran perseveranza. È malinconico, quasi sopraffatto dal tanto male che alberga nelle persone nel mondo ma riesce ad andare avanti con la sua vita continuando nonostante tutto a fare e dire del bene. È nato in condizioni sfortunate e la sua vita è stata caratterizzata da abbandoni. Si è dimostrato un grandissimo Uomo quando si è innamorato di sua moglie (quando leggerete il libro capirete di cosa parlo).

Anche Daniela, la giornalista porta racchiuso in sé un dolore profondo. Mi voglio complimentare con l’autore per il tatto con il quale ha toccato il tema, è forse l’unico argomento che rifuggo come la peste ma è stato molto abile a narrarlo con delicatezza quindi ho apprezzato molto.

Per chi ha letto “Il miglio verde” del celebre Stephen King credo che come me troverà delle somiglianze tra il signor Aldo e John Coffey e questo mi ha fatto apprezzare tantissimo il libro, amo John Coffey e ho provato una grandissima stima e amore per Aldo. Le mani di Aldo pulsano, danno segni reali, scottano. Aldo ha un potere speciale, bellissimo che sa usare con sapienza.

L’autore parla di violenza domestica, di padri-padroni tanto cattivi quanto vittime di se stessi. Parla di lutto, di perdita dei propri cari. Tratta il tema dell’abbandono con uno stile semplice ma al contempo vivo e diretto. La sofferenza di chi lo subisce è palpabile. C’è sempre però un filo di speranza e di serenità rappresentato dai pettirossi, uccellini dolcissimi che rimangono costanti nel tempo donando sicurezza. Si parla inoltre di famiglia, di genitori dimostrando molto bene che i genitori non sono solo coloro che danno la vita ma anche coloro che crescono e danno amore ad un figlio che non condivide il loro DNA. È una storia di vita, di amore e di fragilità. Le nostre fragilità non sono altro che i nostri punti di forza, dobbiamo solo accettarli e non subirli. Mai.

Consiglio a tutti questo libro perché è scritto benissimo, con uno stile scorrevole e mai banale; la storia è bellissima, originale e costruita in modo ineccepibile. I temi trattati sono molti, tutti di un certo peso e sono inseriti all’interno della narrazione in modo logico, naturale e di forte impatto. Ho sentito vivo Aldo, presente quasi come fosse mio nonno e lo conoscessi davvero, non è facile trovare personaggi caratterizzati così bene da sembrare reali quindi i miei complimenti vivissimi all’autore.

Mi ha toccato nel profondo del cuore, è qualcosa che mi capita assai di rado, questo è uno dei pochi libri che mi ha accarezzato l’anima, davvero. È bellissimo quando semplici lettere messe in fila su carta fanno vivere vite e danno forti emozioni, risvegliando nel lettore emozioni sopite, sentimenti forti tenuti nascosti.

RECLUSIONE DI MATTEO EDOARDO PAOLONI

Una pandemia globale, un virus sconosciuto ma potentissimo e letale infesta il mondo. I governi sono costretti a chiudere tutto e obbligano le persone a rimanere chiuse in casa. Uscire è pericoloso, potenzialmente letale. Si esce solo per estrema necessità e rigorosamente con la mascherina. Bisogna rispettare le distanze di sicurezza. I pony express hanno un minuto di tempo per consegnare la merce e ricevere il pagamento.

Per alcune situazioni, non così estreme per fortuna, molti di voi si rivedranno in merito alla triste pandemia che ci ha colpiti ormai da più di un anno.

L’autore con sagacia e una grande abilità a intervallare ironia e dramma riesce a raccontare i giorni di prigionia di Paolo, 34enne e sua madre risultando accattivante e magnetico. La scrittura è molto diretta, l’autore scrive come la maggior parte di noi parla o pensa quindi leggendo i pensieri di Paolo è molto facile immedesimarsi o comunque ritrovare delle analogie nei propri modi di formulare pensieri. Il libro è breve, sono 183 pagine, e si legge d’un fiato. Ogni capitolo racconta un giorno di prigionia, non in ordine e non partendo dal primo. Paolo rimarrà chiuso per più di un anno, totalmente chiuso. Ci saranno momenti di delirio, di sconforto, altri gioia pura quando nel seppur striminzito tempo a disposizione farà conoscenze. Verrà descritta bene la relazione con la ormai ex fidanzata e con dei vicini non proprio santerelli.

Paolo riprende ogni momento della giornata col cellulare, la sua aspirazione è farne un vlog da lasciare ai posteri.

Uno dei migliori pregi di un libro è saper calamitare l’attenzione del lettore e l’autore col suo libro ci è riuscito benissimo. Sicuramente l’empatia è facilitata dal momento storico che stiamo vivendo anche se nel libro è tutto più amplificato.

Vi consiglio la lettura in quanto vi dà modo di riflettere sull’umanità, i nostri bisogni, vi renderà consapevoli di quante cose forse diamo per scontate ma che scontate non sono. I rapporti umani sono essenziali per non impazzire, per vivere bene. Estraniarsi dal mondo per lungo tempo è delirante, devastante. Per quanto abbiamo bisogno dei nostri momenti di solitudine, io credo che una persona prima di star bene con gli altri deve riuscire a star bene da sola, l’altro è fondamentale per il nostro equilibrio mentale. Quando ci viene tolta la possibilità di intrecciare rapporti ci manca l’aria e ricerchiamo questo contatto in tutti i modi.

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