CONFINE INVISIBILE DI LUCIO RIZZICA

Quando mi è stato proposto questo libro ho subito accettato con entusiasmo. Ricordo la mia professoressa alle superiori che ci raccontava della Germania, della Seconda Guerra Mondiale e di ciò che è accaduto dopo. Inspiegabilmente io rimasi subito affascinata dall’argomento, ascoltavo le vicende di Hitler e le conseguenze che hanno portato con interesse, desiderosa di scoprire anche il destino di questa Germania letteralmente distrutta da una guerra che all’inizio sembrava quasi potesse vincere ma che ha finito per perdere miseramente. La Germania divisa, Berlino stessa divisa tra le principali potenze uscite vittoriose, l’istituzione della DDR (Repubblica Democratica Tedesca) e della Repubblica Federale Tedesca me la ricordavo  ed è stata quindi una piacevole sorpresa ritrovarle in questo libro, spiegate in modo semplice e comprensibile dal giornalista e telecronista Sky Lucio Rizzica.

In particolare l’autore racconta le vicende che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale portano alla Guerra Fredda per arrivare poi alle motivazioni che hanno spinto la DDR a costruire il famoso Muro di Berlino nella notte del 13 agosto del 1961 divenuto simbolo  di due ideologie ben diverse e caduto il 9 novembre 1989.

Tanti i racconti di chi negli anni ha tentato di superare il Muro da Est per approdare all’Ovest nella speranza di conquistarsi una vita migliore, ritrovare i parenti che letteralmente da un giorno all’altro sono diventati impossibili da incontrare. L’Unione Sovietica governava i territori della DDR come satellite nel continente europeo, essi dovevano dunque sottostare alle leggi e alle ideologie dell’Unione Sovietica assolutamente senza possibilità di libertà o di ribellione. Mi ha fatto riflettere il fatto che spesso consideriamo contrapposti Comunismo e Fascismo, Sinistra e Destra ed è vero, le ideologie sono diverse ma in taluni punti molto simili. Se penso al periodo nel quale è stato al governo Hitler e penso ai comportamenti dell’Unione Sovietica noto punti in comune nelle restrizioni delle libertà, nell’impossibilità di esprimere un libero pensiero, alle campagne per indottrinare e convincere anche subdolamente il popolo su quale fosse il pensiero giusto. Il grande flusso di persone che si spostavano da Est a Ovest che ha successivamente portato alla costruzione del Muro proprio per ostacolare questi spostamenti sono da imputare ad un Regime distorto e repressivo che impediva la libertà “offriva molte cose ma chiedendo in cambio il valore morale degli individui”.

Lucio racconta numerose fughe avvenute con metodi più disparati, chi passa via mare a nuoto o con una tavola da surf, chi salta letteralmente il Muro come Schumann entrato poi nella Storia proprio per questo salto con il mitra a tracolla e l’elmetto in testa.

La fuga di Schumann in particolare non è stata molto felice,  si integrò piuttosto in fretta, si sposò e diventò padre ma non riuscì mai a scrollarsi di dosso il rimorso di aver abbandonato la sua vita, i suoi genitori, la sua casa. Incominciò a bere e scivolò in una gravissima depressione che lo portò anche alla morte. Questo dimostra come la voglia e la speranza di raggiungere un futuro migliore era più forte di ogni paura o incertezza, le persone spesso rischiavano la vita pur di valicare il confine convinti e speranzosi di trovare la felicità.

Insomma non sempre dunque la fuga andava a buon fine, nel libro sono indicati i numeri indicativi di chi ha tentato la fuga non riuscendo e di chi invece è riuscito a valicare il confine sano e salvo. “I ‘saltatori’ erano degni di attenzione in quanto gli unici a ribellarsi a quel confine artificiale”.

C’è chi per fuggire ha addirittura costruito completamente da zero una mongolfiera: è il caso di Gunter Wetzel e del suo amico Peter. Con pazienza e tanta perseveranza i due costruiscono una mongolfiera facendosi aiutare anche dalle rispettive mogli e in una notte di Settembre Peter e Gunter con le rispettive famiglie spiccarono il volo. L’atterraggio fu di fortuna, era buio e non vedevano niente però riuscirono ad atterrare tutti salvi e ad integrarsi bene ad Ovest, addirittura furono accolti come eroi tra interviste e giornali.

La morte di un fuggitivo è sempre meglio di una fuga riuscita” capite che con queste premesse non ci si poteva aspettare nulla di buono. Senza pietà e senza riflessione i soldati erano addestrati a sparare a vista a chi si avvicinava al confine assumendo comportamenti sospetti. Si agiva in tutti i modi per impedire la fuga ma mai che il governo socialista abbia pensato di cambiare modo di agire, di gestire la politica del Paese in modo più congruente alle necessità e ai bisogni della popolazione, mai una riflessione per spiegarsi i motivi di tanta affluenza verso Ovest. Semplicemente hanno deciso di erigere un Muro e continuare quindi la loro politica di repressione violenta e forzata “il controllo agiva sia sulle idee impedendo la libertà di pensiero, sia sui corpi limitandone i movimenti”.

È stato commovente leggere le esperienze di chi ha vissuto quegli anni, in particolare l’esperienza di Gunter è stata significativa perché riportata fedelmente dall’autore a seguito di un’intervista proprio con Gunter. In fondo al libro ci sono anche delle testimonianze fotografiche gentilmente offerte da Gunter che lo ritraggono con la mongolfiera e con la sua famiglia.

Vi consiglio la lettura di questo libro se amate la Storia, se volete conoscere un pezzo di storia abbastanza recente e determinante o se già lo conoscete ma volete approfondirlo. Il libro è scorrevole e i vari passaggi sono scritti in modo chiaro, chiunque può apprezzarlo e capirlo anche chi è a digiuno di questi argomenti. Conoscere la Storia è sempre una buona cosa, riflettere sul passato, sulle azioni che sono state compiute dai nostri predecessori ma che comunque inevitabilmente si riflettono anche su di noi, conoscere le azioni e soprattutto le motivazioni che si celano dietro a tali azioni ci stimola a riflettere e su cosa avremmo fatto noi in quella situazione specifica e ci insegna di conseguenza a traslare le nostre riflessioni su vicende attuali e quotidiane.

SAUDADE DI SILVIA VERNUCCIO

Dalia, dopo un periodo di vita a Toronto torna in Italia e più precisamente si sistema a casa del suo migliore amico nonché ex fidanzato Dario a Firenze. Inaspettatamente, giunta a casa, incontra Virginia, la zia di Dario. Dalia è sorpresa, Virginia non abita con loro che lei sappia ed è anche molto emozionata e in soggezione in quanto Virginia rappresenta per lei fin da piccola un mito, una musa, un esempio da osservare quasi di nascosto. Virginia ha solo pochi anni più di lei e Dario pertanto è quasi più una sorella maggiore che una zia. Tra ritrosie e imbarazzi questa convivenza forzata darà modo a Dalia di approfondire la conoscenza con Virginia con la quale, per quanto si conoscano da parecchi anni, non è mai riuscita ad avere un dialogo maturo e costruttivo. Si limitava ad osservarla da lontano, ammirandola e subendo il suo fascino di donna amante della libertà e della solitudine.

Questo romanzo è incentrato sulle emozioni e sulle relazioni umane intessute dai protagonisti. L’autrice ha svolto un lavoro magistrale riuscendo a costruire personalità autentiche ed estremamente realistiche. I dialoghi e le vicende sono intensi e toccanti proprio perché favoriscono una grande immedesimazione da parte del lettore. Ogni cosa che accade potrebbe essere potenzialmente reale ed è ciò che più amo nei libri. La scrittura di Silvia è scorrevole e al contempo pregna di emozione e coinvolgimento. Durante i mesi passati in quella casa Dalia avrà modo di riflettere profondamente su se stessa, guardarsi dentro e conoscere meglio i suoi pensieri e le relazioni che la legano a Dario e a Virginia in particolare. Dalia crescerà molto, uscirà arricchita dal confronto con Virginia una donna che mostra esteriormente la sua forza e la sua superiorità e solo a pochi prescelti mostra anche il suo lato più fragile, più insicuro e dubbioso. È un romanzo che parla d’amore, parla di sentimenti, parla di quanto è difficile staccarsi da una relazione che per quanto sia comoda e ci dia quel senso di stabilità non ci rende felici e soddisfatti. La ricerca della felicità è un atto di grande coraggio che non tutti riescono a perseguire per timori, per mancanza di fiducia in se stessi, per paura di restare soli o meglio, per paura di perdere l’illusione di avere qualcuno al fianco. Essere circondati da persone non è sinonimo di assenza di solitudine, spesso purtroppo siamo circondati da persone che non ci capiscono per incapacità o per non interesse e pertanto ci fanno più male che bene anche senza volerlo talvolta. Purtroppo per quanto possiamo voler bene al nostro partner non sempre è in grado di renderci liberi e felici. Non per cattiveria o per puntiglio ma proprio a causa di visioni di vita diverse, di scelte, di carattere.

È più egoista chi vuol tenere legata a sé una persona anche se non ci sta molto bene, anche se non si sente completamente a suo agio o chi decide di staccarsi da questa persona, di lasciarla andare libera verso altri lidi in modo che entrambi si possa rincorrere la propria felicità?

E poi, cos’è la felicità? Esiste una felicità assoluta e costante o in qualche modo è sempre necessario scendere a compromessi quindi in qualche modo si cerca di scegliere il meno peggio? La felicità può trovarsi anche nella stabilità, nella costanza, nei gesti semplici compiuti con le persone per noi più importanti.

L’amore credo sia ricco di compromessi, parlo dell’amore vero, reale, quotidiano. Amare una persona non vuol dire solo amare i suoi difetti, che per assurdo è forse la cosa più facile, ma vuol dire anche accettare l’altro quando non ha sempre la visione uguale alla nostra, cercare insieme di costruire qualcosa di comune ascoltando e prendendo in considerazione anche idee che ci paiono lontane dalle nostre se ci rendiamo conto che per quella persona vale la pena. Amare davvero e in modo profondo in sintesi significa volere il bene dell’altro anche quando si discosta dalla nostra visione o quando questo può voler dire aiutare l’altro a compiere scelte che vadano contro il nostro interesse o il nostro piacere. Solo in questo modo l’amore riesce a renderci ricchi e soddisfatti. “Vorrei un rapporto in cui la persona che amo abbia la mia stessa idea di felicità. Anche se è rappresentata da cose diverse”. Questo estratto riassume alla perfezione quanto espresso sopra.

Il titolo del libro rimanda a un concetto portoghese che esplica l’idea di nostalgia, malinconia, sentire forte la mancanza di un luogo amato, in cui si è stati bene. Questo concetto è molto presente nel libro sia nel significato originale quindi riferito ad un luogo sia come nostalgia di se stessi, bisogno forte di ritrovarsi, ricongiungersi non solo con il luogo del cuore ma anche con la propria persona.

ITHAKA, LUNA IN CIELO E ROSE IN TERRA DI FEDERICA BAGLIVO

Ithaka è una giovane ragazza di vent’anni, nata e vissuta in Grecia da mamma greca e papà tedesco. Frederick, suo padre, è migrato in Grecia poco prima che Ithaka nascesse per chiudere con un passato triste e straziante. Ama la sua patria di origine, la Germania, ma quest’ultima come una donna infedele ha tradito il suo amore, la sua fiducia il suo immenso rispetto. Proprio a causa di questo dolore Frederick non vuole parlare della Germania con la moglie e la figlia e afferma con purezza che ormai la sua patria è la Grecia. Frederick è un uomo buono, dolce ed estremamente sensibile, ha dei valori umani bellissimi che porta avanti con perseveranza. “Per lui valeva la pena vivere soltanto in virtù della bellezza, della grazia e dell’amore, non riusciva a concepire altro”. È il primo personaggio della storia di cui mi sono innamorata, ho versato lacrime di commozione leggendo di lui, delle sue gesta, delle sue poesie perché sì, Frederick è un poeta, un poeta meraviglioso. Attraverso la poesia mette su carta i suoi pensieri e la sua anima affinché, come i più grandi poeti del passato, non possa mai essere dimenticato. Ha sempre scritto rigorosamente in tedesco, sia perché è la lingua che conosce meglio sia perché in fondo la ama ancora, l’ha sempre amata e non può essere altrimenti perché vorrebbe dire tradire i suoi ideali e tradire il suo amico Oskar.

Su Frederick dunque giace sempre un alone di mistero che neanche i suoi parenti più prossimi sono riusciti a svelare… dopo una decina d’anni dalla sua morte, Ithaka ormai ventenne decide di compiere un viaggio in Germania e precisamente nel paese di origine del padre per cercare di conoscerlo meglio grazie alle testimonianze degli abitanti del luogo che potrebbero, lei spera, ricordarsi di lui. Ithaka parte dunque, lasciando la madre in Grecia, e inizia il suo viaggio verso questa terra sconosciuta di cui tanto si conosce in negativo pensando alla Seconda Guerra Mondiale in particolare.

In Germania Ithaka conoscerà dei ragazzi con dei valori immensi e soprattutto una grande propensione all’altruismo e all’inclusione. Si sentirà subito compresa e accettata, verrà accolto con entusiasmo anche il suo scopo e in particolare scoprirà con gran fortuna e gioia che Martin, uno dei suoi nuovi amici è figlio del migliore amico di suo padre!!

Ithaka e Martin insieme approfondiranno il più possibile la vita di questi due uomini valorosi, che hanno combattuto una guerra silenziosa quanto importante. Ithaka però, oltre a rivangare nel passato, avrà modo di scoprire che gli ideali nazisti non giacciono solo tra le fila di Hitler e pertanto conclusasi con la sua dipartita, ma ancora a metà degli anni 60 c’è chi, con gran ottusità, porta avanti tali ideali. Si renderà conto che i maggiori esponenti nazisti vivono relegati ad un quartiere della città, nel quale nessuno osa entrare, polizia compresa, e nel quale vige esclusivamente la regola del più forte con Claudius che comanda e dirige il gruppo di suoi scagnozzi.

La trama dunque si dipana portando avanti due “lotte”, due obbiettivi entrambi encomiabili: la ricerca di informazioni su Frederick e Oskar (padre di Martin) e la lotta ai Roten, ai filonazisti degli anni ’60.

Ho trovato molto originale la scelta dell’autrice di scrivere il romanzo in forma epistolare, precisamente Ithaka narra le vicende che le sono accadute scrivendo a Omero inizialmente, quando vive in Grecia con i genitori e a Goethe quando si trasferisce in Germania per il suo viaggio. Ho notato inoltre un cambio di registro: per le scene ambientate in Grecia l’autrice usa uno stile più poetico, dolce, fortemente emotivo e commovente, le scene tedesche invece sono accompagnate da uno stile più freddo e neutrale, che rispecchia bene i sentimenti e i pensieri che albergano nella maggior parte delle persone in quel luogo.

Questo romanzo mette in luce il potere salvifico della letteratura e nello specifico della poesia, mostra come attraverso le parole ci si può sentire compresi, amati, rispettati. La salute mentale, il benessere psicologico è tanto importante quanto quello fisico. Non si vive bene se il nostro fisico non è in perfetta forma, ma neanche se la nostra mente ha pensieri negativi, chiusi, ottenebrati. È un romanzo che suscita voglia di cambiare, voglia di prendere in mano la propria vita per volgerla in positivo e se la nostra vita è già bella e soddisfacente per noi ci stimola a guardarci intorno, aiutare il prossimo, trarre gioia anche dalle gioie altrui. Da insegnante posso affermare tranquillamente che quotidianamente il mio lavoro è atto al miglioramento sia didattico sia relazionale e psicologico degli alunni e per questo motivo i loro traguardi, i loro successi siano essi strettamente didattici o meno sono anche i miei successi non perché mi senta l’artefice unica quanto perché nel loro realizzarsi vedo la mia realizzazione, l’impegno e l’amore che ci ho messo non sono stati vani. È un romanzo che insegna inoltre quanto sia possibile anche cambiare idea, quanto si può cambiare il proprio destino, non insegna ad arrendersi all’ineluttabilità dell’avvenire ma anzi, al contrario, sprona a lottare contro se stessi anche se è necessario pur di raggiungere un obbiettivo, una vita più serena, un ideale. Non è mai troppo tardi per chiedere scusa, comprendere gli errori e non ripeterli, non è mai troppo tardi per rimettersi in carreggiata e a propria volta essere un principale incoraggiatore e sostenitore della bellezza della vita, dell’amore, della sensibilità.

Potenzialmente è un romanzo bellissimo, con una trama fantastica, originale ed emozionante, con protagonisti a tratti molto realistici e con una credibilità data dal fatto che ognuno di loro, si buoni sia cattivi, ha dei propri pensieri definiti e delle proprie idee; ho notato solo un unico piccolo difetto ovvero che alcune scene sono poco realistiche e quindi poco credibili.

WAFER, PARAFARMACI E SOGNI DI ROCK & ROLL DI MATTIA GRAVIERI

Gabriele insegna educazione fisica a scuola, Claudio è un farmacista, Saverio è un impiegato e Luca lavora presso la concessionaria di famiglia.

Ognuno ha la sua vita, hanno qualcosa in comune?

Ora sicuramente no ma in passato una cosa in comune l’avevano e sta per tornare prepotentemente nelle loro vite…… sto parlando della loro rock band!!!!

Gabriele, Luca, Saverio e Claudio da giovani avevano iniziato a coltivare questa loro passione in comune dilettandosi agli strumenti, hanno provato perfino a registrare qualcosa in modo amatoriale. La band funzionava a tal punto che decisero di iscriversi anche ad un concorso ma… tre giorni prima del tanto atteso giorno qualcosa va storto…

Accadono cose, tante cose finché quasi come se l’intermezzo tra la gioventù e l’età adulta non fosse esistito eccoli di nuovo insieme a suonare e cantare! Stavolta però vogliono arrivare fino in fondo, vogliono cercare di portare a termine ciò che hanno lasciato in sospeso tempo fa. La convinzione iniziale rasenta lo zero, ormai sono adulti, responsabili,  hanno una professione avviata, non hanno più la testa per fare ragazzate ma pian piano il rock comincia a pulsare sempre più nelle vene finché tra un Wafer e l’altro iniziano a raccontarsi aneddoti della propria vita, a rivivere momenti spensierati e felici insieme e a scoprire tutte le motivazioni che hanno portato all’inevitabile scioglimento della band.

Lo stile dell’autore è scorrevole e molto particolare, già il titolo lascia trasparire la bizzarria e l’ironia del testo. In realtà è un libro profondo e sensibile accompagnato da una scrittura frizzante e irriverente che alleggerisce l’atmosfera. Tra le pagine ho riso e mi è sceso qualche lacrimuccia. Apprezzo sempre tantissimo i gesti di amicizia forti ed emozionanti. Luca, Saverio, Gabriele e Claudio vengono tratteggiati benissimo dall’autore, sembra di conoscerli, sono ben riconoscibili e credibili. Fin dall’inizio aleggia un mistero su uno dei protagonisti, tutto si spiegherà rendendo la narrazione intensa e ricca di emozione.

La reunion tra amici dopo tanti anni, dopo aver intrapreso percorsi di vita anche molto differenti è sempre qualcosa di emozionante e al contempo arricchente. E’ un modo per tracciare un bilancio dei propri risultati, riflettere in primis sulla propria vita, sui risultati ottenuti in termini concreti e riflettere inoltre sulle proprie sensazioni, sul proprio stato mentale ed emotivo. Sempre presi dalla vita difficilmente riusciamo a trovare un momento per chiederci se siamo felici, se siamo soddisfatti, se abbiamo bisogni inascoltati. La reunion con amici di vecchia data permette questo: permette di fermarsi e guardarsi indietro. Il confronto con l’altro è un’occasione ghiotta per pensare al proprio percorso e sulla base di questo bilancio scegliere meglio l’avvenire. È un modo per accertarsi che la bussola della propria vita punti ancora nella direzione giusta, che non siamo sopraffatti dagli avvenimenti ma abbiamo ancora motivazioni e sogni che guidano i nostri passi.

Uno dei tanti aspetti meravigliosi della musica è che non ha età, non conosce esclusioni, non conosce limiti. Suonare dal vivo poi è ancora più elettrizzante, ti fa sentire vivo ed emoziona che tu sia un bambino, un ragazzino o un adulto. Non è vero che i sogni appartengono solo ai giovani, i sogni sono un patrimonio dell’umanità, ingrediente imprescindibile per una vita bella e piena, i sogni si possono coltivare sempre, anche da adulti. Possono cambiare, adattarsi alla maturazione, alle idee della persona certamente ma non devono spegnersi mai. Spesso da adulti, in quanto persone responsabili siamo convinti che il lavoro e la famiglia debbano per forza occupare e assorbire tutto il nostro tempo e le nostre energie. Non è completamente sbagliato ma non bisogna dimenticarsi che siamo persone, prima di tutto individui singoli con bisogni, desideri e ambizioni e suonare nella band con degli amici è assolutamente compatibile con la vita di uomo d’affari e padre di famiglia. Coltivare dei momenti per se stessi ci fa sentire vivi, ci rende liberi di compiere scelte che a questo punto sono dettate dalla volontà piena e non dall’inerzia. La band per i nostri quattro amici è stata una ventata di aria nuova, una riscoperta di loro come persone, un ritornare al loro IO più vero, autentico che col tempo si era un po’ perso per strada.

TUTTA UN’ALTRA STORIA DI DAVIDE CONSOLI

Willy è un giovane ragazzo frequentante l’ultimo anno di scuole superiori a Genova. È un ragazzo buono e dolce con la grande passione per il teatro. Ha delle amicizie forti, vere, molto belle da leggere e immedesimarsi.  In classe c’è anche la ex fidanzata, una ragazza stronzetta e irriverente, ancora interessata a lui; “lo riprendo quando voglio” ripete di continuo anche se per il momento, con atteggiamenti altezzosi, finge di non provare interesse.  La situazione cambia quando in classe giunge una nuova ragazza da Aosta. Martina è bellissima e molto tenera e Willy non rimarrà immune al suo fascino dimostrandosi gentile e premuroso. Annalisa, la sua ex, non accetta di buon grado la cosa…

Davide ha scritto un romanzo bellissimo, emozionante, tocca in modo naturale tanti temi importanti come il bullismo, i valori, la violenza e l’importanza delle amicizie. È un romanzo che consiglio caldamente anche ai giovani, agli adolescenti perché per quanto ambientato negli anni ’90 è pur sempre una storia di adolescenti e alcune dinamiche non cambiano mai. Le esperienze e le emozioni di questi ragazzi vengono tratteggiate bene così come la capacità dell’autore di dare tridimensionalità ai personaggi è ben riuscita. Ci tengo però anche ad aggiungere che il romanzo, per il modo in cui viene narrato in particolare la velocità con la quale compaiono problemi e vengono risolti, è più adatto agli adolescenti, lo consiglio naturalmente anche agli adulti in particolare a coloro che sono un po’ nostalgici e hanno voglia di rivivere i loro anni giovanili.

Un altro aspetto che ho particolarmente apprezzato è il finale: è in un certo qual modo aperto, lascia aperte più di una possibilità pertanto permette al lettore di immaginarsi da solo il continuo e soprattutto rende più verosimile la narrazione. Niente lieto fine banale e smielato ma un finale vero di quelli che ti lasciano anche un po’ l’amaro in bocca, quel senso di incompiutezza, occasione mancata o vera fortuna.

SIERO NERO DI MATTEO KABRA LORENZI

Il rock scorre nelle vene dell’autore, dei suoi amici e inevitabilmente passa inarrestabile anche in quelle dei lettori! Un romanzo completo, perfetto, con uno stile fluido, particolare, capace di far immergere il lettore nelle situazioni, nei luoghi, nell’essenza vera delle esperienze dei suoi protagonisti. Il protagonista è Teo, in arte Kabra, il romanzo inizia quando è ragazzino e tra una gita in montagna e campeggi estivi coltiva la passione per la musica insieme ai suoi più fedeli amici.

Le amicizie col tempo cambiano, ci sono amici fedeli che restano al fianco sempre, altri che sono come meteore, altri che restano vicini con il cuore ma la vita vuole che prendano strade diverse, talvolta anche lontane geograficamente.

“Siero nero” è un vortice di emozioni, mi sono commossa spesso devo ammettere, leggendo di amicizie, di amori, di fallimenti e grandi soddisfazioni. L’autore riesce molto bene a raccontare il vissuto di un ragazzino che pian piano diventa uomo, si costruisce una famiglia, diventa padre sempre costantemente accompagnato dalla musica. Musica di cui inizialmente è solo spettatore entusiasta e poi pian piano ne diventa sempre più protagonista attivo e di successo. Non è tutto oro quello che luccica però recita un proverbio famoso… la vita di Teo sarà costellata di fatiche e trappole, di emozioni intense e di gioie. L’ascesa verso il successo non è solo folle urlanti e adrenalina sprizzante da ogni poro, ma ci sono anche contratti discografici, agenti che in primis hanno a cuore i loro guadagni economici più che il benessere dei musicisti. Farsi strada tra dinamiche di questo tipo non è facile, spesso il successo acceca, il siero nero si riversa nelle vene sempre più prepotente e prima che tu te ne accorga il tuo sangue ne è quasi completamente avvelenato.

Si inizia tutti ragazzini con grandi sogni, poi c’è chi lascia la musica, chi continua a considerare la band un modo per ritrovarsi tra amici del cuore e passare del tempo insieme e chi punta a qualcosa di più, chi comincia a intravedere del potenziale e vuole sfruttarlo al meglio. Bene, far coincidere queste mentalità non è affatto facile ed è per questo che la band di Teo nata con il nome di “Comerider”, divenuta poi “Sesto Elemento” cambierà formazione, interpreti e arrangiamenti.

È un romanzo in parte autobiografico, la band Sesto Elemento esiste realmente e li potete andare a cercare su facebook con il nome “Sesto Elemento VIE” e in parte l’autore ha fatto fluire la fantasia per costruire un romanzo bellissimo, avvincente, tanto emozionante e accattivante.

Sono entusiasta di questo prodotto, avevo aspettative altissime che per fortuna non sono state deluse. Ho amato lo stile di scrittura dell’autore, come racconta le vicende, è riuscito a dare spessore e tridimensionalità ai personaggi, riuscivo bene a immaginarmeli davanti agli occhi. Il mio preferito in assoluto è Simo, per Teo invece ho provato emozioni contrastanti perché per la strada che stava prendendo ho iniziato ad apprezzarlo un po’ meno ma poi per fortuna le sue doti umane, la sua anima buona intravista all’inizio ha avuto la meglio sul resto pertanto non provo amarezza.

Questo romanzo insegna una gran cosa: gli affetti sono il bene più prezioso che abbiamo, più dei milioni, più della fama. Senza affetti siamo soli, siamo persi. Non sono le banconote verdi che ci scaldano il cuore ma una moglie affettuosa, dei figli amorevoli, degli amici fedeli.

TI ODIO DI MIRKO MIGNONE

Fabiano è una guardia giurata di un centro commerciale, vive a Genova in un appartamento condiviso con un ragazzo misterioso, poco presente, silenzioso e poco incline a stringere relazioni.

Fabiano ha una ragazza che ama, anche lei lavora nel suo stesso centro commerciale. Per quanto la sua relazione funzioni non esita a occhieggiare l’amica un po’ sfrontata e piacente della morosa. La vita di Fabiano scorre tranquilla finché non trova nella cassetta della posta due semplici parole dal contenuto però devastante: ti odio.

Non sa se dar peso alla cosa o meno però insomma non si sente molto tranquillo, anche la fidanzata si agita un po’ ma con la vacanza romantica a Venezia all’orizzonte accantonano momentaneamente quello che potrebbe essere semplicemente uno scherzo di cattivo gusto.

A Venezia però le cose non andranno bene.

Il biglietto avrà un seguito e Fabiano tra varie riflessioni finisce per sospettare del suo inquilino.

La sorpresa che gli inquirenti troveranno quando varcheranno la porta dell’appartamento che Fabiano condivide con l’altro ragazzo sarà mostruosa…

È un thriller ricco di suspance, raccontato da due punti di vista: Fabiano e l’inquilino.

È un thriller geniale, costruito bene, nei minimi particolari fin dalle prime pagine, la fine vi sorprenderà e ripensando all’intero romanzo scoprirete che l’autore ha sapientemente gettato piccoli indizi.

Nella seconda parte del libro il ritmo si fa serrato e spietato, le parole si susseguono velocemente, il lettore riesce a immedesimarsi nella situazione tanto da trattenere il fiato lui stesso.

È sempre difficile parlare di un thriller perché ogni parola può facilmente trasformarsi in spoiler però vi volevo dire, restando sul vago, che questa storia mi ha ricordato molto un fatto di cronaca recentemente accaduto. L’autore non ha naturalmente preso ispirazione da quel fatto visto che la stampa del libro è antecedente l’accaduto però l’essere così quasi verosimile, così vicino alla realtà rende ancora più intensa e immersiva l’esperienza della lettura.

Io sono un’amante di Stephen King, non so se l’ho mai detto ma lo amo proprio perché riesce a narrare il Male in modo molto vicino e comune, riesce a rendere partecipe il lettore alle vicende, raccontando anche le sue paure, le sue ansie, che percependole reali, rendono il libro più credibile e pertanto più pauroso. Con le dovute proporzioni, non me ne voglia Mirko ma il Re è il Re, anche Mirko è riuscito in questo, ha creato una storia realistica nel suo orrore, Fabiano potremmo essere noi, potrebbe essere il nostro vicino, un nostro parente, così come il suo inquilino misterioso potrebbe essere il nostro.

LA CASA MALEDETTA DI LUCREZIA RIBERI

Rebecca ha già due matrimoni alle spalle, ora con il suo nuovo compagno sta cercando casa. Gira accompagnata dall’agente immobiliare ma non è mai soddisfatta. Sta quasi per mollare il colpo, indispettita anche del fatto che la casa la deve scegliere da sola visto che Francesco è oberato di lavoro, quando l’agente sfodera uno dei suoi colpi migliori e finalmente si decide per l’acquisto. Il prezzo sembra un po’ bassino per la metratura della casa, le pare strano ma acconsente, scoprirà poi che sul suo conto girano voci strane, paurose, è una casa maledetta si dice, c’è stato un assassinio, ci sono fantasmi….

Né Rebecca né tantomeno Francesco credono a queste fandonie e iniziano  quindi la loro vita nella nuova casa accompagnati dai rispettivi figli avuti da precedenti relazioni.

Siamo quasi nel periodo di Halloween e Rebecca decide di inaugurare la nuova residenza organizzando una grande festa! Tra gli invitati però si presentano pure due intrusi ovvero uno dei due ex mariti di Rebecca e l’ex moglie di Francesco. Invitati dai figli così pare.

Non tutti però termineranno la festa sulle proprie gambe, qualcuno verrà portato via in barella e poi messo all’interno di una bara.

La famiglia decide di far investigare il mitico e inimitabile Carlos con la sua assistente Sabrina, aggiungendo quindi la loro indagine a quella dei carabinieri.

Se i carabinieri mollano la presa quasi subito… Carlos NO! Non demorde, interroga, chiede, intuisce e alla fine SCOPRE!!!

È un giallo ben scritto, l’autrice sapientemente dissemina indizi tra le pagine che portano il lettore a sospettare una volta di uno, una volta dell’altro, leggendo si formulano delle proprie teorie, si cerca di capire la logica dietro alle azioni dei personaggi fino ad un finale sorprendente! Nei gialli, un po’ come nei thriller, gran valore lo ha il finale, se è a sorpresa, se è verosimile, se è sorprendente, ecco in questo caso il finale mi ha sorpreso in positivo in quanto è articolato e ben costruito ed è la conseguenza di pensieri e comportamenti dei protagonisti, senza essere scontato e banale. La storia potrebbe essere tristemente verosimile e questo aspetto mi piace molto nei libri, trovare situazioni che nei limiti della letteratura possono verificarsi, mi permette di immedesimarmi maggiormente e di dar maggior valore all’opera dell’autore o autrice in questo caso.

Se amate il genere ve lo consiglio caldamente, è accattivante, stimolante, la trama è intricata, le situazioni sono molteplici e ogni personaggio ha un ruolo attivo nella storia.

Le tre signore ficcanaso mi son piaciute tantissimo, divertenti, irriverenti, sfrontate, delle vere macchiette.

LINX DI LUCA GIRIBONE

Siamo nel 3500 e gli uomini dividono il pianeta con gli automi. Gli automi sono molto simili agli esseri umani tanto che spesso è difficile riconoscerli. Sono stati creati dall’uomo affinché potesse finalmente delegare tutte quelle mansioni per lui noiose e stancanti. L’essere umano quindi ha creato grazie al progresso fenomenale della scienza e della tecnica dei robot molto simili a lui, alcuni perfino in grado di provare accenni di sentimenti perché insomma va bene che non ci sai fare con l’altro sesso e hai bisogno di soddisfare i tuoi bisogni però nessuno vorrebbe un oggetto robotizzato e completamente e sfacciatamente senz’anima giusto?

Non tutto però è perfetto e idillico perché questi automi non solo hanno vita estremamente breve ma addirittura quando sono in dirittura d’arrivo impazziscono e si trasformano in spietati assassini. Insomma non sono macchine perfette. Non sanno di essere automi, vivono completamente integrati insieme ad esseri umani tanto che spesso gli stessi genitori non sanno che i loro figli sono in realtà automi e non bambini reali come hanno sempre creduto.

Automi creati dai ricchi naturalmente, in questo libro i ricchi vengono dipinti negativamente, sono coloro che lavorano nei cinque giorni feriali e passano il weekend tra droga e alcol, sono quelli dai vizi al limite dell’illecito, sono spietati  e non conoscono empatia.

Proprio a causa del fatto che gli automi tendono a impazzire verso la fine del loro percorso divenendo pericolosi la polizia deve stare all’erta e evitare le stragi quanto più possibile. Oltre alla polizia, perlustrano le strade anche i cosiddetti “cacciatori” tra i quali abbiamo il nostro protagonista. I cacciatori fondamentalmente hanno il compito di distruggere gli automi prima che diventino pericolosi e spesso vengo assoldati per compiere favori divenendo a tutti gli effetti dei killer su commissione.

Il libro è raccontato dal punto di vista di un cacciatore chiamato Lynx. Conosceremo nei dettagli un giorno della sua vita, il libro infatti racconta esattamente 24 ore del ragazzo. I capitoli sono scanditi dall’incedere del tempo. Lo stile di scrittura è fluido, si legge facilmente, ci sono dei momenti toccanti in merito a degli accadimenti tristi.

L’autore ha provato a raccontare come sarebbe il mondo se le tecnologie già ora molto avanzate arrivassero a creare dei veri e propri automi tipo Alexa in carne ed ossa praticamente e non solo voce. Ci è riuscito bene ma onestamente mi aspettavo un impatto più forte, più stravolgente. Ho pensato a lungo a questa cosa, volevo focalizzare quali fossero gli aspetti che non hanno reso il libro molto stravolgente e credo di essere arrivata ad una conclusione. L’autore narra le vicende descrivendo le situazioni (non parlo di descrizioni tediose e lunghe, assolutamente no) però la parte predominante del libro è data dal narrare le azioni e gli accadimenti, lo spazio dedicato alle sensazioni per i miei gusti strettamente personali è poco. Ci sono momenti toccanti come ho citato sopra, il lettore riesce a empatizzare con Linx, almeno io ci sono riuscita molto bene, però mi aspettavo qualcosa di più da questa dicotomia uomo/automa. Resta comunque un libro valido che vi consiglio.

FENICE DALLE CENERI DI GIOVANNI LAMURA

“Fenice dalle ceneri” è un saggio che tratta argomenti estremamente contemporanei e molti di loro anche universali . l’autore con la sua opera ci invita a riflettere su noi stessi, su quello che siamo, sull’importanza che abbiamo in primis in riferimento all’intero pianeta Terra. L’uomo ha la tendenza a considerarsi il centro del mondo come capacità di determinare il succedersi degli eventi. Ma sarà davvero così? Pensiamo a quanti anni ha, o forse meglio dire quanti millenni ha il pianeta rispetto a quando è sopraggiunto l’uomo. E ancora di più pensiamo a quanto dura la nostra vita rispetto al ciclo vitale del Pianeta. Direi una nullità, un numero infinitesimale. Questo non significa che in quanto esseri umani possiamo comportarci totalmente a nostro piacere mostrando comportamenti maleducati e irrispettosi ma significa che dobbiamo dare il giusto peso alla nostra esistenza, ai nostri problemi, alle nostre difficoltà. “Non siamo nulla nel senso che la ragione dell’esistenza non ci appartiene perché la vita stessa è al di fuori di ogni nostra concezione”.

La parola chiave è TEMPO, si ha sempre la convinzione di averne troppo poco perché la concezione che si ha di esso non è pienamente corretta. Ognuno ha i propri tempi di sviluppo, di maturazione ed è giusto rispettarli e assecondarli. Siamo troppo presi dal fare tante cose, dal confronto con gli altri per misurare quanto riusciamo a bruciare le tappe, è importante invece “riconoscere i propri tempi e seguirli con l’assoluto rispetto per la propria persona”. La scelta migliore che si può compiere per vivere bene e vivere sereni è SCEGLIERE DI ESSERE ETERNAMENTE SE STESSI. Certo, la società ha delle norme, delle regole che volenti o nolenti siamo costretti a seguire per poter adeguarci ad una vita di comunità assolutamente indispensabile però è sempre importante non farci completamente inglobare da esigenze che non sentiamo pienamente nostre. NON DOBBIAMO AVERE PAURA DI ESSERE NOI STESSI.

Bisogna essere la persona che più si avvicina all’immagine che si ha di sé più intimo e lavorare su questa per adattarla alla società”. Avete capito bene, non è la società che plasma il nostro essere, ma siamo noi ben consci di noi stessi che ci adeguiamo in parte alla società.

Da insegnante non posso che apprezzare tantissimo un passaggio riferito alla scuola: “si studia per conoscere se stessi, le proprie attitudini e i propri interessi; si studia per entrare in contatto co l’altro, apprendere insieme, mettersi in discussione”. Riguardo alla scuola però l’autore afferma anche che “non c’è un sistema onesto che faccia splendere l’anima più vera” non sono d’accordo. È vero che il programma che si segue è lo stesso: l’insegnante è uno gli alunni sono 20/25 il dono dell’ubiquità o di dire più cose diverse contemporaneamente purtroppo non ce lo hanno ancora dato; è vero anche però che ricollegandomi con quanto riportato poco sopra ogni alunno può attingere in modo personale alle nozioni e agli stimoli che gli vengono proposti, il talento in qualche ambito può fuoriuscire, certo sarà poi necessario che lo coltivi con professionisti del settore fuori dalle mura scolastiche o quanto meno dopo l’esame di licenza media ma non è vero che le particolarità non possano uscire.

L’autore passa poi a una provocazione tagliente: “che differenza c’è tra la morte e la nulla esistenza?” sarebbe il caso di riflettere (forse non troppo per la propria salute mentale) sulla propria esistenza, quale è il nostro scopo, se viviamo nutrendo la nostra anima, giovando al nostro spirito o se siamo solo ingranaggi di un sistema più grande che compiono azioni in automatico. Tutti abbiamo giustamente paura della morte, è un aspetto che non conosciamo e non c’è modo di conoscerlo perché chi va di là non torna più per poterlo raccontare. Avere paura di ciò che non si conosce è normale e salvifico. Ma è proprio per questo motivo che bisogna chiedersi se si sta sfruttando al meglio il tempo che ci è concesso di vivere, se riusciamo a crescere, imparare, trovare occasioni di miglioramento anche in incombenze obbligatorie oltre che nella scelta di hobby proficui. Spesso siamo troppo focalizzati sul lavorare per guadagnare soldi da perdere di vista la quotidianità, l’emozione delle cose semplici, ci dimentichiamo di nutrire lo spirito.

L’autore fa infine dei riferimenti alla situazione attuale riguardante la pandemia e onestamente è la parte che mi è piaciuta meno sia perché siamo talmente invasi da questo argomento che onestamente nei libri cerco di evadere, cerco stimoli differenti, per sentir parlare di Coronavirus mi basta accendere la TV su un canale qualsiasi a qualunque ora, sia perché l’autore pur parlandone credo non abbiamo aggiunto nulla a ciò che già si conosce, mentre per le altre tematiche è stato illuminante ed estremamente piacevole infatti vi ho riportato molti argomenti. Nel complesso è un libro valido che consiglio.

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